E’ la traccia più arcaica incisa sulla pelle del Monte Conero. Forse si tratta di un antichissimo altare dove gli aruspici compivano i loro riti sacrificali, e il sangue degli animali, o degli umani, scorrendo sulla pietra indicava il destino delle genti. Oppure si tratta di un semplice sistema di raccolta d’acque piovane. La questione è irrisolta, anche se studi e comparazioni con altri siti archeologici delle Marche lascerebbero protendere per la prima ipotesi: le incisioni rupestri di Pian de Raggetti facevano parte di una antica ara sacrificale, dedicata ad ancestrali divinità.
Si tratta di un indecifrabile sistema di scanalature, che attraversano in un disegno enigmatico, quasi astratto, un lastrone di roccia che affiora dal terreno boschivo immerso nella natura. Sono canaletti rettilinei o circolari, piccole vasche, scanalature e segni di varia dimensione. Tracciati da mano umana, in un epoca imprecisata. Se si osserva dall’alto il reticolato di incisioni, sembra addirittura che un gruppo di linee e pozzetti tracci uno schematico disegno antropomorfo. La testa è rappresentata da una vasca. Poi c’è il busto, un canale longitudinale da cui parte un bivio di scanalature, le due gambe. Dall’attaccatura fra gambe e tronco parte un'altra incisione, che potrebbe ricordare un membro virile. Ancora una incisione, perpendicolare a quella longitudinale, sembra disegnare le braccia. Un'altra incisione ricorda un serpente, dalla testa gigantesca. Poi c’è un pozzetto dalla forma occhiuta, e un sistema di canaletti, che abbraccia tutto il gruppo di incisioni, molto ampio, biforcuto, che si dirama in tre rivoli minori, flessuosi come le zampe di un cavallo in corsa.
Le incisioni rupestri del Conero sono uno degli enigmi più affascinanti che il Monte custodisce fra le sue braccia. Il lastrone di pietra grigia, foderato di muschi e di licheni, è largo una settantina di metri quadrati. Raggiungerlo è semplice, purché si tengano in considerazione alcuni punti di riferimento. Arrivati a Pian Raggetti, si percorre il sentiero 1/b, in salita, che porta alla sommità del monte verso la caserma militare e l’antenna della Rai. Sulla sinistra, per chi sale, si incontrano i ruderi di Casa Galli e Casa Cipriani. Poi, qualche decina di metri oltre, un cartello indica una piccola deviazione dentro la radura, sempre sulla sinistra. Imboccato il sentiero che si divincola fra le querce marine, percorsi pochi metri si arriva sul lastrone delle incisioni rupestri. Il tempo di mettere la vista a fuoco, e da quella roccia antichissima, l’occhio vedrà emergere queste linee indecifrabili. Impossibile anche risalire a una loro datazione precisa. Difficile capire cosa significano. E perché una mano umana abbia deciso di tracciarle così.
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In un primo momento si è avanzata l’ipotesi che incisioni e vaschette fossero così tracciate per la raccolta dell’acqua piovana. Ma una funzione del genere sembrerebbe non giustificare il perché di un disposizione così assurda e fantasmagorica delle incisioni, per nulla razionale. Ne tanto meno, data la loro scarsa profondità, pozzetti e vasche potevano essere dei fori di inserimento per pali di capanne.
Quindi, come spiega Alberto Recanatini nel suo classico “Le Grotte del Conero”, appare sempre più verosimile che in antichità le incisioni di Pina de Raggetti siano state realizzate per scopi rituali e che la zona fosse una area sacrificale. A portare acqua al mulino di questa ipotesi sono gli studi comparatistici con altri siti archeologici. Siti molto simili per forma a questo di Pian de Raggetti, e già individuati dagli studiosi come luoghi rituali preistorici, o nelle aree di influenza cartaginese come “tophet”, ovvero gli altari dove venivano consumati i sacrifici di bambini. Recanatini cita a riguardo una serie di esempi: Nardò, vicino Lecce, ma anche nei più vicini San Leo, nel Monferrato e sul Valmontagnana fra Genga e Fabriano. Ovunque, in questi siti, compaiono canaletti e vasche dalla forma concentrica. Una antica leggenda che circola a San Leo, vuole che quell’altare, molto simile al nostro del Monte Conero, coi suoi pozzetti e le sue scanalature servisse a raccogliere il sangue che sgorgava dalle ferite delle antiche vittime sacrificali. Ed anzi, gli aruspici avrebbero letto il destino delle loro comunità proprio a partire dalla direzione che il sangue prendeva scorrendo fra i canaletti incisi sulla pietra.

Il mistero rimane fitto, forse insondabile. Basta tenere conto che ci sono 99mila anni di buio nella storia del Conero. Un lasso di tempo infinito, entro il quale non è collocabile nessun ritrovamento o reperto archeologico. I più antichi resti rinvenuti sul monte risalgono appunto al Paleolitico Superiore. Si tratta di materiale littico, ritrovato nel 1963 nella località del così detto “Il Pantano”, durante i lavori per la realizzazione della antenna Rai. Materiali datato 100.000 anni fa grazie ai più sofisticati mezzi scientifici. Poi un vuoto, un abisso di secoli, come detto. I reperti ritrovati e collegabili a un era appartengono all’età del ferro e della civiltà picena, tra l’XI e il VI secolo a. C. Un abisso lungo più di 900 secoli di storia. “Un buio nel quale – per citare le parole vibranti di Recanatini – si perdono selci lavorate, fondi di capanna, frammenti di oggetti fittili, punte di freccia. Un breve luccicare di pagliuzze tra le sabbie aurifere di un immenso tesoro storico mai dissepolto, celato nelle viscere di questo monte e nei profondi fossati delle sue convalli”.
Marco Benedettelli